Subject: 
         Si gioca in Europa la partita su Silvia 
   Date: 
         Thu, 11 Jun 1998 00:53:54 +0200 
  From: 
         Emiliano Pecis 
     To: 
         silvia@burger.forfree.at


Si gioca in Europa la partita su Silvia Articolo tratto da "il manifesto"
del 7 Giugno 1998 

di Patricia Lombroso

Il caso di Silvia Baraldini verrà finalmente esaminato dalla Commissione per
gli Affari penali del Consiglio d'Europa nella sessione dall'8 al 12 giugno
prossimo, a Strasburgo, quindi a partire da domani. Per parte italiana
sarà presente l'intera "task force" nominata dal Ministero di Grazia e
Giustizia italiano: Lattanzi, Selvaggi, Di Gennaro e Giovanni Conso.

L'occasione nasce come risposta al quinto rifiuto consecutivo statunitense
alla richiesta di trasferimento di Silvia Baraldini in Italia per scontare
in un carcere italiano il resto della condanna comminatela negli Stati 
Uniti: 10 anni di detenzione da aggiungere ai 15 già scontati nelle carceri
Usa.

L'ultimo "no" degli Stati Uniti alla domanda formulata dalla autorità
italiane è stato notificata il 14 aprile scorso al ministro di Grazia e 
Giustizia Giovanni Maria Flick dal ministro omologo americano Janet Reno e 
a questo punto il governo italiano, come prevede la convenzione di Strasburg
o per il trasferimento dei detenuti, ha deciso di fare ricorso all'
intervento della "mediazione amichevole" prevista nell'art. 23 del Trattato
internazionale firmato a Strasburgo il 21 marzo 1983. La Convenzione, per 
inciso, è stata ratificata dal Congresso americano nel 1985 e dal parlamento
italiano nel 1989.

"Soluzione amichevole"

È questa la procedura prevista dalla Convenzione qualora fra le parti 
(Stati Uniti e Italia) sorgano difficoltà nell'applicazione della
Convenzione stessa. Nella documentazione di sei pagine firmata dal ministro
Flick e indirizzata al segretario generale del Consiglio d'Europa Daniel
Tarshys, viene richiesto che: "Il Comitato direttivo per i problemi criminal
i del Consiglio d'Europa faccia quanto necessario per facilitare la 
composizione amichevole delle difficoltà sorte nell'applicazione della 
Convenzione per il caso della cittadina italiana Silvia Baraldini che il
governo italiano ha chiesto siatrasferita in Italia presentando cinque 
domande di trasferimento, tutte rigettate".

"La posizione americana può essere sintetizzata - si legge ancora nel
documento presentato - nella pretesa che da parte italiana si dia garanzia 
che il resto della pena che la Baraldini dovrà espiare negli Stati Uniti
(dove è stata condotta complessivamente a 43 anni di prigione) venga da 
questa scontata in Italia senza la possibilità di accedere alle misure di 
trattamento penitenziario previste dall'ordinamento italiano (legge Gozzini
sulla semilibertà, ndr). Il governo italiano ritiene che le risposte Usa
ed in generale l'atteggiamento di questi siano in contrasto con lo spirito 
e lo scopo fondamentale della Convenzione di Strasburgo: il reinserimento 
sociale e l'esecuzione della pena conforme ai principi umanitari".

Segue nella presentazione del caso il riassunto dell'iter processuale della
Baraldini dal 1982 ad oggi. Quindi viene ricordato che il diritto del
trasferimento dei detenuti condannati all'estero è riconosciuta dalla
Convenzione indipendentemente dalla gravità dei reati commessi dal
detenuto. Più avanti si precisa che Silvia Baraldini non ha partecipato 
ad alcuno degli omicidi che sono stati commessi dall'organizzazione della
quale fece parte, come è stato confermato dalla decisione della
Commissione nazionale d'appello per la concessione (negata) della "libertà
vigilata".

Primi segnali?

Nela documentazione italiana la richiesta d'intervento da parte della
Commissione per gli Affari penali del Consiglio d'Europa non viene 
formulata attraverso la richiesta di un "arbitrato al di sopra della parti,
amichevole con espressione di un giudizio a livello del Consiglio d'Europa",
come sarebbe leggittimo, ma viene sollecitata invece una "mediazione
amichevole".

Speriamo che la scelta sia dettata da desiderio di non precludere una
trattativa seria con gli stati Uniti nella sede di Strasburgo e non dal
timore di irritarle l'alleato amico.

Anche perché la posizione americana sul caso Baraldini - finora inflessibile
e rigida - per la prima volta manifesta una certa disponibilità alla 
trattativa con il governo italiano sulla questione del trasferimento di 
Silvia Baraldini in un carcere italiano per finire di scontare i dieci
anni di prigione che le rimangono.

E perfino la documentazione inoltrata dagli stati Uniti a Strasburgo il 1
maggio mostra qualche segno di apertura alle richieste italiane. "Gli 
Stati Uniti - si legge nel testo depositato inviato al Consiglio d'Europa 
con in calce la firma del sottosegretario americano alla giustizia
, Mark Richard - ritengono che lo spirito della Convenzione permette e,
implicitamente, incoraggia le parti ad effettuare il trasferimento nel
paese d'origine con un atteggiamento di disponibilità al compromesso e
nella ricerca di rinvenire le forme di accomodamento".

Garantisti e garanti

"È precisamente quanto accaduto per questo caso - ribadisce Mark Richard -
laddove da parte di ciascuno si è cercato di trovare garanzie sul futuro
carcerario della Baraldini, nell'eventualità di un suo trasferimento in 
Italia. Con tutto il rispetto dovuto, vorremmo far notare al ministro 
Flick che nella sua requisitoria evade dal tema principale di questo caso. Durante le
nostre ultime discussioni con la delegazione del governo italiano, con
candore e limpidezza, che, da sempre, ha caratterizzato i nostri rapporti,
dichiarano che, dopo il trasferimento in un carcere italiano, loro potevano
garantire soltanto che la Baraldini sarebbe stata in carcere con il massimo della
custodia come richiesto. Ma che questo sarebbe durato un breve periodo di
tempo. Potevano assicurare ancora uno o due anni al massimo". Questo,
continua il sottosegretario Usa alla giustizia "avrebbe di fatto
significato una commutazione della sentenza decretata dalle autorità
giudiziarie americane: il massimo della pena. Fu a seguito di questi
colloqui - onlude Mark Richard - che il 14 aprile, il ministro Janet
Reno firmò il rifiuto alla quinta richiesta di trasferimento della Baraldini".


Dal testo americano, vera o meno che sia la sua versione, emerge dunque che
fu la disparità dallacontroproposta italiana a far sì che la trattativa si
arenasse. È stata un'occasione persa. In nome del grantismo? A Strasburgo,
le due parti contendenti sul caso Baraldini, riunite attorno al tavolo
europeopotrebbero trovare proprio quella "negoziazione di compromesso" 
menzionata  nel testo Usa. Sarà una sorta di accordo che potrebbe servire
ad entrambi, ma soprattutto libererebbe Silvia Baraldini dall'unità 
disciplinare di Danbury.